Charles Davidson

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Bio:

Fin da quando mi ricordo, parlando con le persone, mi hanno sempre attirato molto più le cose che non dicevano di quelle che dicevano.
A volte, a scuola, piangevo quando un bimbo si faceva male o veniva sgridato. Era come se quelle cose succedessero a me. Un’empatia totale, seguita da una profonda compassione.
Piano piano, verso i 12-13 anni ho cominciato a contenere la compassione e a limitarmi a guardare dentro le persone. Capivo quando le insegnanti o i miei genitori mi mentivano, li facevo sentire nudi, non avevano schermi di protezione.
I miei compagni non avevano piacere a starmi vicino perché li guardavo in maniera strana, non ascoltavo quasi le parole, mi limitavo a guardare la luce che emanano tutti. Il loro modo di essere non mi coinvolgeva, il loro tentativo adolescenziale di crearsi un’identità mi sembrava patetico: li vedevo tutti come bambini smarriti che tentavano goffi voli.
I miei genitori cominciarono a dirmi che dovevo trovarmi degli amici, che facendo il pazzo non avrei mai avuto nessuno accanto.
Io non sapevo come fare, volevo solo che loro mi accettassero per come ero, ma loro non credevano a quel che dicevo, non credevano all’aura, o forse avevano solo molta paura, perché io gli tiravo fuori tante insicurezze, abbassavo le loro maschere sociali.
Mi mandarono da un analista, Edward Ellis, che disse che avevo una malattia per cui non riuscivo a comunicare razionalmente, e mi facevo sopraffarre da gesti e sguardi durante la conversazione.
Dopo poco, però, Edward si rese conto che non era così semplice: io potevo percepire l’emotività delle persone anche se rimanevano immobili, potevo addirittura capire se gli fosse successo da poco qualcosa di molto brutto.
Cominciai ad eludere facilmente le sue strategie di psicanalisi, e presto fui io ad analizzare la sua vita. Vedevo lo stato in cui arrivava ogni volta, e, anche se lui non diceva mai nulla di sé, iniziavo a costruirmi nella mente la sua vita personale. Ogni tanto venivo fuori con frasi tipo: “Hai beccato ancora tuo figlio con quella roba, eh Ed?”. Lui ci rimaneva secco e faceva finta di non capire. Come tutti, fino a quel momento. Ma una volta mi rispose: “sì, mia moglie sta ancora male, Charlie. Non so come fare”.
Una volta me la portò in studio, Eleonor, e io le guardai dentro: due anni prima aveva abortito, ma non l’aveva mai detto a Edward, il figlio non era suo. Stava male per quel figlio mai nato, perché l’altro, quello nato, era un disastro, e lei avrebbe tanto voluto avere una seconda chance.
Edward capì, quel pomeriggio, che io avevo un dono, e che questo dono andava tenuto nascosto. Mi chiese se volevo imparare la psicanalisi. Stavo finendo la scuola, e i miei sembravano proprio volersi liberare di me prima possibile. Diventai allievo di Edward. Diventai di più: ero quasi un figlio. Eleonor si era affezionata molto a me, il loro matrimonio si salvò grazie alla mia presenza in casa loro quasi ogni giorno. Duncan, il figlio con problemi di droga, diventò l’unico mio coetaneo che volesse avvicinarsi a me. Smise di farsi il giorno che gli raccontai gli incubi che facevo. Con me non aveva bisogno di fingere di essere qualcuno, poteva lasciarsi andare. Mi considerava un mezzo matto ma mi prese come un fratello.
Diventai psicanalista a 23 anni, come socio di Edward.
Con gli anni mi sono capitati frequentemente persone che avevano avuto traumi legati a delitti. Io riuscivo a tirare fuori loro delle verità che altrimenti sarebbero rimaste nascoste, e in un paio di casi permisi la risoluzione delle indagini.
Entrambi i casi erano di un detective della polizia, Gerard Prime, che cominciò a contattarmi per chiedermi aiuto su altri casi. Ero diventato il suo contatto segreto, gli feci fare carriera, per me era quasi un gioco.
verso i 3o anni mi capitò un paziente che aveva sviluppato poteri psionici come me, e ancora non riusciva a rendersene chiaramente conto. Era come me a 12 anni.
Per me fu una svolta, ho capito che non ero l’unico, e ho cominciato a fare ricerche su fatti di cronaca (chiedendo materiale di archivio a Gerard, che aveva con me un grosso debito morale), per capire quanti ancora ce ne fossero.
L’attività di psicoanalista diminuì molto, tutto il mio obbiettivo era raccogliere abbastanza materiale sul sovrannaturale, per farne un documentario e mostrarlo al mondo. Volevo avere la mia rivincita sugli scettici, e in primis sulla mia famiglia che odio. Diventai ossessionato dalle dinamiche che potevano avere dietro la presenza del sovrananturale. Iniziai a cercare indizi sul campo, sui luoghi dei delitti. Gerard mi coprì qualche volta, anche rischiando. Ma dopo un po’ mi disse di calmarmi: lui mi doveva molto per la sua carriera e ancora aveva bisogno di me per risolvere i casi, ma stavo rischiando troppo. In quel periodo cominciai a sviluppare abilità di azione: pedinamento, osservazione di luoghi e oggetti (capendone la storia), e soprattutto il teletrasporto.
Piano piano però mi accorsi che dietro c’era roba grossa. Rendere pubblico tutto quel materiale poteva essere molto pericoloso.
Nelle mie ricerche, continuate fino ad oggi, son venuto a conoscenza dell’agenzia investigativa Supernatural Superserious, e all’inizio dell’avventura sarò appena venuto a conoscenza dei nomi dei due investigatori che ci lavorano, Xué Jia e Ma’a Jaha.
Sentimentalmente, la mia unica vera storia è stata con Natalie. Purtroppo lei mi ha lasciato tempo fa, perché non voleva impazzire dietro alle mie stranezze. All’inizio non diedi troppo peso alla fine della nostra storia, la mia mente era presa da tutt’altro, e non cercai nemmeno di trovare una soluzione alla nostra crisi. Ma pochi mesi dopo la chiusura del rapporto, ho iniziato a provarne una mancanza indescrivibile: ho cercato in tutti i modi di riavvicinarmi a lei, ma sento che la nostra distanza è enorme, e non so se riuscirò più a colmarla.

Charles Davidson

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